Sono stato la sua prima ragazza – 2 – la pomiciata

Bdsm

Sono stato la sua prima ragazza – 2 – la pomiciata
Cazzo, quanto mi piaceva. Non riuscivo a negarlo, dentro di me: mi piaceva l’odore di muschio che faceva e il colore dei capelli, rossicci e sempre freschi di shampoo, la sua pelle chiara e appena incupita dal primo pelo che si allungava sotto le basette, il naso ben squadrato e i suoi modi sguaiati me lo rendevano ancora più attraente, interessante.

La voce gli era cambiata, a me ancora no, ero nella fase di passaggio, lui era alto e sviluppato in tutto e ne andava orgoglioso, io mezzo mezzo, la mia pubertà somigliava a quella delle ragazzine, mi crescevano le tette e il pisellino restava piccolino. E c’era lui che turbava i miei sonni, le mie docce, i miei bagni caldi, l’intimità segreta del mio corpo nudo ancora liscio come l’olio, la mia pelle rosea, la carne del mio petto che tanto somigliava a un seno, e quando mi travestivo e indossavo l’intimo femminile non riuscivo a non pensare a lui.

Passerà, mi dicevo. E’ normale, a questa età. In fondo avevamo 14 anni e ci stava, di prendersi e farsi prendere da un coetaneo dello stesso sesso. Succede, mi consolavo. Passerà, mi ripetevo. Non succederà nulla.

Standogli accanto vedevo le sue ciglia arcuate, che a ogni battito sembrava dovessero prendere il volo, come i suoi occhi scuri e profondi che ogni tanto, mentre io ripetevo, mi fissavano in un modo che dimostrava inequivocabilmente come anche io gli piacessi.

Avevamo cominciato così, per gioco: facevamo la lotta, per scaricare la tensione, la noia e la stanchezza dello studio pomeridiano. Stavamo soli a casa mia e un pomeriggio, nel picchiarci, traduzione freudiana degli istinti sessuali repressi, lui aveva per la prima volta incontrato la mia parte morbida, l’aveva palpata con entrambe le mani e siccome era più forte e mi metteva facilmente sotto, bloccandomi a faccia in giù aveva cominciato a “punirmi” per avere attaccato briga: ero infatti sempre io a cominciare, per provocarlo e poi mettergli le mani addosso e sentire le sue sopra di me, ma una volta che scoprì che avevo le tettine, fu felice di avere trovato in me la ragazza che non ero e che lui ancora non aveva e soprattutto – visto che non mi ribellavo quasi per niente – quella che palesemente ci stava, merce rara, alla nostra età, perché le coetanee cercavano i più grandi e le più piccole erano acerbe o ancora non formate.

Era durato un po’, quel primo palpeggiamento. La mia opposizione era stata proprio inconsistente, lo avevo subito lasciato fare, magari fingendo di protestare (- Smettila, lasciami, che fai?), ma permettendogli di mungermi come e quanto volesse. Era riuscito a sopraffarmi sul mio letto e, piegandomi un braccio dietro la schiena e rimanendo incollato col busto alle mie spalle, mi impediva qualsiasi movimento e mi limonava alla grande, con malizia e dolcezza. Non diceva una parola, e nemmeno io: si sentivano solo i nostri respiri, affannati per la lotta e per la crescente eccitazione.

Era la prima volta che mi palpeggiavano in quel modo così lascivo e intrigante, avevo detto molti no a coetanei, ragazzi più grandi e anche adulti che non mi piacevano al punto giusto perché mi lasciassi andare. Con lui fu diverso, con lui partecipai, anche solo con le mie passività e remissività, fu il primo a coinvolgermi nell’intimità, era la prima volta che un ragazzo mi piaceva così tanto e ne risentirono i miei capezzoli, lungamente cercati dalle sue dita, si erano rattrappiti, induriti, gonfiati e lui li aveva circoscritti con i polpastrelli, facendoli risaltare sotto la lana e rimanendo incredulo per quel che sentiva al suo tatto caldo e voglioso.

– Che misura porti? – sussurrò, incollato al mio orecchio. Nello stesso istante sentii qualcosa di morbido e di umido che si poggiava su una mia guancia: prima un tocco caldo, poi un altro; mi stava baciando, anzi sbaciucchiando, e la cosa più grave era che non mi dispiaceva nemmeno un po’, però un tantino mi impauriva.

Non sapevo come tirarmi fuori da quella situazione, che si faceva forse troppo coinvolgente, mi intrippava da morire ma le possibili conseguenze mi terrorizzavano. Per evitare i suoi baci mossi il viso e l’unico risultato che ottenni fu quello di farmi baciare vicinissimo alla bocca: provai una strana sensazione di calore e sentii che dalle parti del mio pube qualcosa cominciava a tirarmi. Sentii qualcosa di aguzzo nelle parti basse, nel posteriore: pure lui si stava eccitando. Mi prese il pistolino con una mano, si accorse che era mezzo in erezione, capì che mi stava piacendo e toccò il mio piccolo cazzo e le tette contemporaneamente, intanto si strinse con il suo membro sodo al mio sederino: era grosso e duro, durissimo, mi sentii in una dolce, felicissima, ineluttabile trappola e ci rimasi dentro, in uno stato di sospensione dalla realtà, per non so quanto tempo, non lo so davvero quantificare, il suo movimento regolare dietro di me, incastonato tra i miei glutei, a spingere sul buchino, sembrava quello del pendolo che scandisce il tempo, la fine del tempo dell’innocenza.

Cominciai a sculettare, a muovere il sedere all’unisono con i suoi colpi cadenzati, sistematici, mi piegai per sentirlo più a contatto con il mio forellino, che mi restituiva sensazioni mai provate prima, pomiciava da dio e proseguiva nello sbaciucchiarmi, ora era sceso sul collo e me lo stava leccando, il maiale (- Che gran porco che sei – gli sussurrai, – Che troia che sei tu – rispose), e le nostre bocche erano troppo, troppo vicine, per non toccarsi, si sfiorarono appena e intanto lui mi tirò fuori il maglioncino dai jeans, mi toccò la pelle nuda, incuneò la mano a toccarmi il ventre, l’ombelico e risalì piano verso il petto, soppesò le mie tette circondandole di sotto, ma poi si fermò, mi stava portando in paradiso senza rendersene conto ma si interruppe, lo scemo, mi dava quel senso di appagamento e di estasi, di abbandono e di relax, mi dava tutto quello che dovevano essere il sesso e l’amore, ma voleva fare una cosa per volta e tornò a occuparsi delle mie labbra, sentii l’umido delle sue, non avevo mai baciato nessuno in quel modo, sentii un altro bacio, lo schiocco delle labbra che si incontravano di nuovo e volevo capire come si muoveva la lingua per baciare, l’avevo visto in tv, non mi importava di non essere una ragazza, volevo esserlo, esserlo fino in fondo, volevo slinguettare con lui e…

– Giovanni, Roberto! Ci siete?

La mamma, cazzo. Era tornata la mamma, prima del dovuto, prima di qualsiasi previsione, prima che io e Giovanni ci baciassimo, finalmente, lo desideravo da morire da quando gli avevo guardato le ciglia che sembrava volessero farlo volare, da quando lui mi aveva salvato non parlando del mio rossetto.

Quando mamma entrò nella stanza, ci trovò seduti uno accanto all’altro, accaldati, arrossati, vide il letto malmesso, ma noi stavamo lì, sulle sedie, come se nulla fosse avvenuto.

– Ma che avete fatto, di nuovo la lotta? – mi chiese lei, sorridendo dolcemente e facendoci una carezza l’uno sulle teste sudate -. Vi sentite grandi e invece siete ancora bambini…

Lui rimase zitto a guardarmi stupito, ammirato, preso da me. Io guardai lui, un po’ seccato non so se per quello che era appena successo o se perché ci eravamo dovuti fermare, poi ricominciai a ripetere.

Ma no, non eravamo più bambini.

(2-continua)

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