Il piccolo segreto della puttanella

Il piccolo segreto della puttanella
Il primo pompino lo feci piccolissima, anzi dovrei dire piccolissimo, perché allora ero un bel maschietto che somigliava tanto a una ragazzina, ma sempre maschio risultavo. Pure lui, il mio primo partner – chiamiamolo così – era piccolo di età e gli piacevo, non capivo se più come ragazzino o femminuccia. Ma forse per lui ero un po’ tutt’e due le cose, un coetaneo da mettere sotto nella lotta e nella vita e una adolescente da palpeggiare nei punti in cui le vere adolescenti, da noi cosiddetti piccoli, nemmeno si sognavano di farsi mettere le mani addosso.
E niente, la lotta, dicevo. La facevamo ogni giorno, era metafora di sesso represso ma anche di istinto dominatore, eravamo capaci di stare avvinghiati per terra, sul letto, a colpi di mezz’ora alla volta, finché uno dei due – di regola io – non ammetteva la sconfitta e si dichiarava battuto. Lui a me piaceva, e molto, per me era bellissimo essere stretto da lui e adoravo l’immancabile scena finale, lui che mi stava di sopra tenendomi le braccia larghe e bloccandomi per i polsi, chiedendomi mille volte se chiedessi pietà e io che orgogliosamente rispondevo di no, fino a quando lui, approfittando della situazione, si prendeva il suo premio, cominciava a strusciare la bocca sul mio petto e a cercare i capezzoli, che si inturgidivano all’istante e allora lui me li mordicchiava beato, facendomi letteralmente impazzire e “costringendomi” a ribellarmi, per non fargli vedere quanto mi piacesse. Ma lui lo capiva lo stesso e sentivo che gli veniva duro, durissimo.
Un giorno però non filò tutto così liscio, io decisi di non arrendermi nemmeno morto e per evitare di essere sopraffatto fui sleale, lo colpii proprio là, facendogli male, non so se sul serio o se esagerò apposta.
Insomma, disse che ero stato cattivo e che avevo violato le regole e che per rimediare dovevo fargli un massaggio proprio lì. Risposi che nemmeno se ne doveva parlare, però avevo una voglia di farglielo che non si può capire e così non dovette insistere più di tanto, dissi di sì a condizione che lui non lo dicesse a nessuno, giurò che sarebbe stato un nostro piccolo segreto e allora mi lanciai, cominciai dalle palle, un tantino rudemente, sempre per non far capire quanto fossi preso, anzi presa, dal suo sesso, poi continuai sempre più dolcemente. Il pisello gli venne duro subito, lo sentivo sotto le mani e sotto i jeans, mi sembrò enorme, lungo e grosso, arrivava fino all’ ombelico, lo immaginavo soltanto al tatto ma questo bastò per fare indurire pure me.
– Grazie, diceva, ci vai bene… continua.
Mi sentivo un pizzico troia, ma continuavo sì, lo stavo segando con i pantaloni addosso, cominciò a gemere e allungò una mano per palparmi il mio piccolo ma dolce seno.
– Amore, sospirò, se continui vengo.
Ebbi un attimo di incertezza, rallentai il movimento fino a fermarmi. Lui mi guardò quasi implorante.
– Ti sporchi tutto, dissi, e come forse avrebbe fatto una mamma col suo piccino, per non farlo insozzare, misi le mani sulla sua cintura. Lui non credette ai suoi occhi, nel vedermi armeggiare lì, e subito mi aiutò, prima che ci ripensassi. In pochi secondi si era calato i pantaloni quel tanto che bastava per mostrarmi uno slip elasticizzato che faticava a contenere il suo cazzo. Ripresi a masturbarlo e mi stesi su un fianco, con la testa all’altezza della sua pancia rosea.
– Sto venendo, ansimò, ma così mi sporco lo stesso le mutandine…
Fu un attimo. Glielo tirai fuori, per quanto era duro non appena lo liberai fece una specie di salto, sempre stretto nella mia mano. Istintivamente lo menai verso il basso e gli si scappucciò tutto. Lui ormai non capiva più niente, ululava e ansimava furiosamente, mi prese la testa con una mano, mi spinse verso il suo cazzone, che mi sembrò ancora più grosso. Resistetti, all’inizio. Ma non a lungo. In quel momento, in una frazione di secondo, decisi la mia vita futura e presi in bocca la sua cappella che immediatamente cominciò a vomitare una quantità enorme di sperma caldo, che a fiotti mi riempì la bocca, arrivandomi fino in gola.
Per non soffocare dovetti ingoiare e lui continuava a venire, a godere e a gridare, tenendomi la testa con tutte e due le mani, con forza, che se anche avessi voluto staccarmi non ci sarei riuscita. Mi diede una sensazione uguale a quando, sempre con lui, avevamo succhiato dal tubetto del latte condensato, bisognava inghiottire per non restare soffocati. Gli presi tutto il latte condensato del suo seme nello stesso modo, fino all’ultima goccia, fino a quando non cominciò ad ammosciarsi tra le mie labbra, circondato dalla mia lingua che continuava a leccarlo e a ripulirlo.
Alla fine tirai fuori il suo cazzo dalla mia bocca e lo guardai diventare moscio sulla sua pancia. Poi mi alzai e andai in bagno a sciacquarmi. Quando tornai lui era ancora in quella stessa posizione, nudo, e nel guardarmi non credeva ai suoi occhi.
– Sei una grandissima troia, mi disse con convinzione.
Non riuscii a dargli torto.
– Sì, amore, risposi, ma non lo dire a nessuno.
– Certo, puttanella. Sarà il nostro piccolo segreto.
Invece non andò così. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò una prossima volta.

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